Non è facile vivere la vita da anziani, soprattutto quando si è soli. Questa fascia sociale sta subendo gli effetti della situazione contingente in modo pesante. Pesante non solo dal punto di vista strettamente economico, con l’innalzamento della spesa (che vale per tutte le fasce sociali), ma anche sotto l’aspetto previdenziale, con il prolungamento dell’età pensionabile.

Chi era prossimo alla pensione si trova ad affrontare psicologicamente e professionalmente ostacoli non facili da superare. Il mondo del lavoro non è più quello di anni fa. L’avvento dell’informatica in molti settori ha totalmente rovesciato i valori professionali, privilegiando giovani a loro agio con i nuovi strumenti di lavoro e penalizzando chi con questi strumenti non è riuscito a familiarizzarsi.

La fascia sociale degli anziani, che una volta comprendeva per la quasi totalità pensionati, ora si ritrova ad avere al suo interno anche la categoria “prossimi alla pensione”, che si trovano di fronte non pochi problemi a causa delle riforma Fornero sulle pensioni.

Secondo i dati del Casellario dei pensionati, aggiornati al 31 dicembre 2010, in Italia i pensionati sono 16.222.592, pari a più di un quarto della popolazione (26,76%). Mediamente ogni pensionato prende 1,43 pensioni, vale a dire che ogni due pensionati, uno prende una pensione e l’altro ne prende due (quasi).

Tra tutti questi pensionati ci sono:

1. Quei dipendenti statali che nel 1973 ebbero dal governo quadripartito di Rumor in regalo la pensione a 14 anni, sei mesi e un giorno (donne) e 19 anni e sei mesi (uomini). Ancora oggi lo Stato paga 535.752 pensioni concesse sotto i 50 anni di età, per un importo globale di 9,5 miliardi di euro l’anno. Questo significa che costoro prendono l’assegno da 18-24 anni e che continueranno a prenderlo (considerando la speranza di vita, ancora per quindici anni almeno: un baby pensionato incassa come minimo tre volte tanto i contributi versati;

2. Quei superburocrati che Giulio Andreotti prepensionò nel 1973 con un provvedimento apposito, disastroso e inutile;

3. Quei dipendenti dello Stato a cui furono calcolati al doppio gli anni di contribuzione versati, su iniziativa di importanti cariche dello Stato (presidenti della Repubblica compresi) che li volevano “ringraziare per la collaborazione”;

4. Quella pletora di parlamentari (con tanto di presidenti, questori, segretari, presidenti di commissione, presidenti di gruppi parlamentari e altri incarichi di vario genere) , amministratori locali (con tanto di presidenti di regione e provincia, assessori regionali e provinciali, sindaci, assessori e consiglieri comunali), presidenti e componenti di consigli di amministrazione di enti pubblici, fondazioni, opere pie e coloro che ricoprono tutti quegli altri incarichi pubblici che consentono di godere di una pensione supplementare non sempre meritata.

Di questi provvedimenti non esiste prova se non nella memoria e nella testimonianza di chi ne ha beneficiato, essendo stati presi nel chiuso delle stanze del potere e non essendo stati soggetti ad alcuna pubblicità, per ovvi motivi di interesse. Ne esiste traccia anche nella “Storia d’Italia” di Montanelli e Cervi.

A nostro parere servirebbe, per ogni categoria sopra individuata:

1. Il dimezzamento delle pensioni a chi percepisce più di 2.000 euro al mese;

2. Il taglio del 66% delle pensioni;

3. L’immediato taglio della pensione e il ritorno in servizio a chi non ha ancora compiuto i 67 anni di età;

4. La scelta da parte del pensionato di un’unica pensione (o di più pensioni fino al raggiungimento di 3.000 euro al mese) e la revoca immediata delle rimanenti.

Avevamo proposto una legge che se approvata consentirebbe:

• l’aumento delle pensioni minime a una quota compresa tra i 750 e gli 800 euro mensili grazie al prelievo compiuto sulle pensioni superiori a 3000 euro al mese;

• l’azzeramento del numero dei cosiddetti “esodati”, cioè di coloro che avevano già programmato la loro uscita dal mondo del lavoro, grazie all’acquisizione di pensioni da chi ne possedeva più di una;

• la messa in pensione, e la conseguente disponibilità di posti lavoro, per coloro che sono prossimi all’età pensionabile e svolgono una professione che rischia di compromettere la loro salute.

 

Un altro provvedimento a favore degli anziani potrebbe essere quello previsto con i corsi di formazione riservati agli apprendisti dell’artigianato:

• i partecipanti potrebbero avere la possibilità di imparare anche in tarda età un lavoro che potrebbe essere ricompensato con voucher (miglioramento della situazione economica e sensazione di partecipazione e di utilità sociale);

• agli insegnanti dei corsi che già sono in pensione sarebbero riconosciute integrazioni economiche.

Ai pensionati che svolgono un servizio di volontariato presso la Protezione civile, occupati in mansioni compatibili con il loro stato fisico, potrebbero essere riconosciute agevolazioni concordate tra la Protezione civile e il Comune nel quale il volontario svolge le sue mansioni.

Un trattamento previdenziale speciale potrebbe essere pensato per chi perde il posto di lavoro dopo i sessant’anni con più di 35 anni di contributi versati.

Nel caso di messa in cassa integrazione, la medesima avrebbe durata fino al raggiungimento dell’età pensionabile, con l’obbligo per il cassaintegrato di mettersi a disposizione delle strutture comunali per lo svolgimento di mansioni compatibili con la sua età, il suo stato di salute, e la sua professionalità.

In caso di disoccupazione verificatasi per cause indipendenti dal lavoratore, lo stesso potrebbe godere di un sussidio di disoccupazione della durata del tempo necessario a raggiungere l’età pensionabile, con l’obbligo per il disoccupato di mettersi a disposizione delle strutture comunali per lo svolgimento di mansioni compatibili con la sua età, il suo stato di salute, e la sua professionalità.

L’azienda potrebbe procedere alla messa a riposo del dipendente di cui sopra (60 anni di età e 35 di contributi) riconoscendogli una somma di denaro quale buonuscita, concordata tra le due parti, che potrebbe scaricare come spesa (detraibile al 50%).

Questo per quanto riguarda la fascia degli anziani “giovani”, cioè quelli ancora inseriti nel mondo del lavoro o che ne sono appena usciti. Diverso è il discorso per chi oramai è giunto nella fase finale della sua vita, e non se la sente più di mettersi in gioco.

L’ente più adatto per offrire agli anziani quello di cui hanno bisogno è il Comune, più vicino alle loro esigenze, che possono essere disparate.

Ogni Comune d’Italia deve poter offrire ai suoi anziani tutti gli strumenti per potersi mantenere in attività sia fisicamente che mentalmente.

L’invito ai Comuni è quello di prevedere:

– agevolazioni economiche per consentire di poter mantenere un animale da compagnia;

– agevolazioni economiche per la frequentazione di palestre, corsi di ballo, società e impianti sportivi;

– spazi dedicati agli orti per anziani.

Mercurio

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