La legge non dovrebbe limitare le libertà religiose, né i tribunali dovrebbero occuparsi di questioni teologiche. Tuttavia, secondo lo stesso principio, leggi democraticamente sviluppate basate sul rispetto dei diritti umani devono sempre avere la precedenza sulle leggi di qualsiasi religione.
Sempre più spesso nel Regno Unito appaio queste scritte: “Sharia: l’unica opzione per l’UK”. A Londra, Bradford, Manchester, Birmingham, Nuneaton e presto anche a Glasgow ed Edimburgo esistono i Muslim Arbitration Tribunals, istituiti nel 2007 per “fornire un’alternativa ai membri della comunità islamica che desiderino risolvere dispute secondo la sacra legge islamica”. Questi tribunali si occupano di dispute finanziarie e d’affari, operando in base alla legge sull’arbitraggio, le decisioni degli arbitri sono definitive e vincolanti anche nei tribunali britannici, è valido soltanto se tutte le parti in causa lo accettano, e soprattutto accettano le regole che esso applica, nella fattispecie la Sharia. Oltre ad essi vi sono altri 85 organismi meno formali, i cosiddetti Sharia Councils, che dovrebbero essere organi puramente consultivi, ma che sembrano occuparsi in misura sempre maggiore di questioni di diritto di famiglia e di diritto penale. La stampa li ha spesso rappresentati come un’alternativa liberamente scelta da coloro che vi fanno ricorso, e in armonia con l’attuale legislazione in fatto di diritti umani e uguaglianza. E’ però innegabile che questi operano in un sistema di riferimento misogino e patriarcale incompatibile con la legislazione come intesa da noi Occidentali.
Alla luce di queste considerazioni la baronessa Caroline Cox, che siede alla Camera dei Lord come indipendente e a 74 anni si batte con viva passione per i diritti umani, ha presentato un disegno di legge Arbitration and Mediation Services (Equality) Bill. E’ appoggiato da una vasta coalizione di associazioni e molti parlamentari si sono impegnati a sostenerlo. Ha lo scopo di assicurare che tutti i servizi di arbitraggio e mediazione operino nell’ambito delle leggi britanniche e che non formino un sistema legale parallelo in cui la legislazione attuale sull’eguaglianza tra i sessi non venga rispettata, e vi sia quindi spazio per la discriminazione nei confronti delle donne. Si articola in termini di diritti umani, senza menzionare l’Islam. Sarebbe un passo molto significativo nella lotta alla discriminazione delle donne musulmane nell’ambito della Sharia rendendo fuorilegge l’uso di dare alla testimonianza delle donne metà del peso di quella degli uomini e impedendo che il diritto di famiglia applicato dalla Sharia violi importanti norme di legge in fatto di protezione dei minori.


Come precisato dalla stessa lady Cox non si intende interferire in questioni teologiche interne di gruppi religiosi, anzi ci si augura una discussione responsabile e rispettosa sulla Sharia, anche per prevenire un’islamofobia disinformata.
Non c’è dubbio che il disegno di legge della baronessa Cox sia un passo molto importante in termini di giustizia, di diritti umani, di protezione dei minori, di eguaglianza fra i sessi. Non si può che sostenerlo e personalmente mi auguro che venga approvato al più presto certa che altri paesi europei potranno trarne ispirazione. Però la sua conversione in legge non sarà abbastanza. Molte donne musulmane hanno pochi contatti al di fuori della loro cerchia familiare, usano con difficoltà l’inglese, possono disporre di poco denaro, e sono pesantemente condizionate da un sistema culturale che include tutti gli aspetti della vita, la domanda sorge spontanea: e come glielo facciamo sapere che con l’approvazione della legge avranno più diritti?  E il coraggio e la volontà di farli valere, chi glieli dà?

Maria Leone

 

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