La Corea del Nord e quel trofeo che nessuno si aspettava

Ammettilo, probabilmente non lo sapevi. Io per primo l’ho scoperto quasi per caso, scorrendo notizie di calcio internazionale che di solito finiscono sepolte sotto tonnellate di mercato estivo europeo. Il Naegohyang ha vinto la AFC Women’s Champions League, praticamente la Champions League del calcio femminile asiatico. Una squadra nordcoreana. Sì, della Corea del Nord.

E no, non è una notizia di poco conto.

Una storia che viene da lontano, molto lontano

Partiamo da una cosa che trovo genuinamente strana ogni volta che ci penso. La Corea del Nord è un paese da cui escono pochissime informazioni, quasi niente, eppure il suo calcio femminile esiste eccome, e da decenni produce risultati che in Europa quasi nessuno conosce. La nazionale nordcoreana ha una storia competitiva a livello mondiale che farebbe alzare un sopracciglio a chiunque la scoprisse per la prima volta. Il Naegohyang si inserisce in questo contesto, e forse non dovremmo nemmeno stupirci più di tanto.

Ma la cosa che mi colpisce davvero è un’altra.

Immagina di allenarti per anni dietro una porta chiusa, senza che nessuno ti guardi, senza copertura mediatica, senza hype sui social. E poi arrivi in finale di un torneo continentale e la vinci. C’è qualcosa di quasi cinematografico in questa storia, anche se probabilmente la realtà è molto più complicata e meno romantica di come la sto raccontando io adesso.

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Il torneo che cresce in silenzio

Il torneo in sé, la AFC Women’s Champions League, sta crescendo in modo che definirei silenzioso ma concreto. Giappone, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord. Squadre che si affrontano con una competitività che non ha niente di simbolico. I livelli tecnici si alzano ogni stagione, anche se la visibilità mediatica rispetto alla versione europea rimane lontanissima. Tipo, abissalmente lontana. Ma questo non significa che il calcio lì dentro sia di serie B.

La vittoria del Naegohyang racconta anche qualcosa di più grande, se ci stai un attimo. La Corea del Nord partecipa alle competizioni internazionali in modo selettivo, sparisce e riappare, con una presenza che segue logiche che noi di fuori fatichiamo a decifrare. Il calcio femminile sembra essere uno dei pochi canali rimasti aperti verso il resto del mondo sportivo. Beh, diciamo che il pallone riesce ad attraversare certi confini che tutto il resto non riesce nemmeno ad avvicinare. Strano? Sì. Affascinante? Anche.

Uno sguardo più vicino, per non dimenticare il calcio di casa

Se invece preferisci qualcosa di più vicino a noi, c’è una sfida tutta italiana da non perdere, dai un’occhiata a Genoa contro Bologna a Marassi, una battaglia nel segno della tradizione, un’altra storia di calcio con tutt’altro sapore.

Il punto vero, alla fine

Tornando al Naegohyang, credo che il punto vero sia questo. Nel calcio globale, che ormai sembra un circo gigantesco dove girano cifre assurde e tutti parlano sempre degli stessi dieci club, ogni tanto spunta una storia che viene da un posto inaspettato e ti ricorda che il gioco è molto più grande di quello che vedi normalmente. Il calcio femminile asiatico è uno di quei posti. La Corea del Nord, paradossalmente, è uno di quei posti.

Non so quanto durerà questa finestra aperta, non so se il Naegohyang tornerà a vincere il prossimo anno o sparirà di nuovo nell’anonimato. Quello che so è che questo trofeo esiste, è reale, e qualcuno là dentro ha lavorato duramente per conquistarlo.

E secondo me vale la pena saperlo.

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